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QUANDO LE NUOVE STELLE SI SCOPRIVANO A VIAREGGIO
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Maurizio Crosetti
La Repubblica
BISOGNA CREDERE NEI VIVAI
La Viareggio Cup alza il sipario sul panorama dei giovani italiani e stranieri: anche quest’anno addetti ai lavori e osservatori potranno guardare circa seicento ragazzi potenzialmente pronti per fare il salto nelle rispettive prime squadre o che magari si sono appena affacciati al palcoscenico del professionismo e puntano alla definitiva maturazione. Di sicuro, però, c’è un problema vivai in Italia, come evidenziato ad inizio stagione dal Corriere dello Sport-Stadio: quanto meno una contraddizione. La Juve scommette su Bonucci e Marchisio e fa esordire Camilleri, Giandonato e Boniperti junior; l’Inter compra Ranocchia e butta nella mischia Biraghi e Natalino; la Roma rivitalizza Greco e fa crescere Rosi. Ma in assoluto non c’è dubbio che negli ultimi anni, fatta eccezione per i club che tradizionalmente continuano a credere nei settori giovanili, in molti hanno abbandonato o trascurato i vivai.
La riflessione che il nostro giornale lanciò ad agosto - e che ottenne consensi generali dai dirigenti del calcio italiano - era quella di pensare alla possibilità di incentivare chi ancora crede nella scuola italiana. Magari lasciando libertà di tesseramento sugli extracomunitari, ma riservando una percentuale anche bassa dell’azienda calcio per premiare chi coltiva i talenti, chi li fa esordire in Under 21 o li porta alla quinta presenza in nazionale: un riconoscimento economico, anche differenziato in base all’obiettivo, da dividere tra la prima società di appartenenza e quella in cui milita il calciatore. Detto questo, Viareggio quasi ogni anno ci ha regalato un talento: tra gli ultimi Giovinco, Balotelli, Okaka, Poli, Cavanda, Marilungo. Ma anche gli stranieri Ziegler, Cavani, Zapata e Kjaer. Aspettiamo con curiosità le stelle di questa edizione.
Alessandro Vocalelli
Direttore Corriere dello Sport - Stadio
GIOVANI ALL’ANNO ZERO
Uscita con le ossa rotte dal Mondiale sudafricano e dalle principali manifestazioni internazionali giovanili, l’Italia del calcio riparte da dove è logico che ricominci: dai giovani
Giovani. Una parola sulla bocca di tutti i dirigenti da anni, ma passare dalle parole ai fatti è sempre stato molto, molto difficile. E il perché è semplice: investire sui ragazzi vuoi dire saper coltivare l’arte dell’attesa. E in questo nostro calcio così schizofrenico, così ostaggio dei tutto e subito, aspettare vuoi dire rimetterci in termini di risultati, visibilità mediatica, sponsor. Quindi denaro. Ma, come ha dimostrato il Mondiale, è preoccupandosi dei germogli che la pianta poi darà buoni frutti. Anche in Italia sembra che qualcosa stia cambiando, e diciamolo a bassa voce per non coltivare facili illusioni. Alla supervisione delle nazionali giovanili azzurre è stato messo Arrigo Sacchi, un maestro di calcio convinto da sempre che i risultati siano figli di primo letto dei gioco e che al gioco si arrivi soltanto attraverso l’insegnamento, la pazienza, il lavoro e l’applicazione. Con lui in azzurro c’è un’altra faccia che ci dà grandi speranze, quella di Roberto Baggio, calciatore che ha superato gli steccati del tifo, un campione senza bandiere. E alla guida della Nazionale maggiore adesso c’è Cesare Prandelli, che dai giovani è partito per costruire la sua limpida carriera. Sono i semi che, in un domani speriamo non troppo lontano, sono destinati a regalarci buoni frutti. Servirà pazienza, come detto, perché l’Italia non è ancora un Paese per giovani. Lo ha ripetuto anche il c.t. azzurro, che in questi mesi ha arricchito le convocazioni azzurre di ragazzi di belle speranze, ma in misura minore di quello che avrebbe voluto. I club continuano a sentirci poco da quell’orecchio. Spagna e Germania sono già molto avanti rispetto a noi. Ai dirigenti delle nostre società, soprattutto quelle più lungimiranti, consigliamo di non perdersi le due settimane del Torneo di Viareggio, che festeggia quest’anno la 63a edizione, ma vecchio e superato non è. Tutti i campioni che hanno fatto, e ancora stanno facendo, la storia del nostro calcio sono passati da qui. Da Sandro Mazzola a Gaetano Scirea, da Gianluca Vialli a Paolo Maldini, da Pippo Inzaghi a Fabio Cannavaro. La Coppa Carnevale è come una riserva naturale in mezzo al deserto. Il Viareggio ha aiutato il nostro calcio (ma non soltanto) a diventare grande, dal 1949 è un pungolo per le società, la traccia da seguire. Qui il risultato conta fino a un certo punto, e non è detto che chi non si dimostra subito campione al Viareggio sia’destinato a un futuro da figlio di un dio minore. Cassano, per fare un esempio, non ha mai vinto la Coppa Carnevale e in Versilia ha regalato soltanto frammenti del suo straordinario talento. Ma adesso è uno dei pilastri attorno ai quali Prandelli sta cercando di edificare la Nuova Italia. Il fair play finanziario voluto da Platini sta costringendo le società a evitare gli sprechi e a crearsi i campioni in casa, ecco allora che dal Viareggio di quest’anno potrebbero arrivare altre belle sorprese destinate a rivoluzionare il nostro calcio.
Andrea Monti
Direttore La Gazzetta dello Sport
Di solito il torneo di Viareggio viene paragonato a una vetrina, ma la 63ª edizione è diversa da tutte le altre: assomiglia più a una finestra a cui ci si affaccia al mattino, dopo una notte di pioggia torrenziale, sperando di scorgere un raggio di sole. E’ diversa da tutte le altre perché arriva subito dopo un anno, il 2010, in cui sul calcio italiano sono piovuti fallimenti che hanno pochi precedenti: la Nazionale eliminata dal Mondiale al primo turno come non accadeva dal 1974; l’Under 21 fuori dalla fase finale dell’Europeo per la prima volta dal 1998, con la conseguente esclusione dell’Italia dai Giochi olimpici dopo 30 anni; l’Under 19 ultima nel proprio girone nella fase finale dell’Europeo, senza vincere una partita e senza segnare un gol.
Risultati che certificano una crisi innegabile del nostro movimento calcistico e che indicano come sia indispensabile tornare a investire nei vivai. La Federazione è corsa ai ripari rivoluzionando settore tecnico e settore giovanile, ma ci vorrà tempo prima che la semina iniziata in questi mesi possa dare i suoi frutti. Il calcio italiano avrebbe bisogno di scoprire giocatori in grado di salire sui palcoscenici più prestigiosi abbastanza in fretta da portare nuova linfa alla Nazionale che proverà a riscattarsi nel Mondiale 2014, se non a quella che tenterà l’assalto all’Europeo 2012. Mario Balotelli, il volto nuovo potenzialmente più importante tra quelli lanciati da Prandelli, ha vinto la Viareggio cup da protagonista con la Primavera dell’Inter nel 2008, tre anni fa. E’ lo stesso arco di tempo che ci separa dal Campionato del mondo brasiliano: la speranza che accompagna l’inizio della 63ª Viareggio cup è quella di scorgere altri giocatori capaci di indossare la maglia azzurra più prestigiosa nel giro di tre anni. Una speranza che non si fonda solo sul precedente di Balotelli: da Del Piero a Totti, da Pirlo a Cassano, da Chiellini a Pazzini, lo Stadio dei Pini ha rappresentato il primo grande banco di prova internazionale per i campioni del mondo del 2006 e per gli azzurri di oggi, che in Versilia hanno mostrato il loro valore confrontandosi con giocatori come Amauri, Schweinsteiger o Cavani.
Mentre anche alcuni dei protagonisti delle ultime due edizioni, entrambe vinte dalla Juventus, si stanno ritagliando spazi importanti in serie A e in serie B, l’auspicio è dunque che la 63ª Viareggio cup segni una svolta dopo l’annus horribilis del calcio italiano. Con la speranza che il torneo accresca ulteriormente e renda sempre più prestigiosa la propria dimensione internazionale, in modo da rappresentare un test sempre più duro e attendibile per vivai che tornino a essere fucine di campioni.
Sergio Baldini
Tuttosport
UN DOVERE DEL CALCIO ITALIANO: VALORIZZARE I SETTORI GIOVANILI
Ho avuto modo di parlare a lungo con Gianni Rivera, recentemente nominato Presidente del Settore Giovanile e Scolastico. Conosco Rivera da una vita, da quando eravamo avversari in campo e da quando, con Sandro Mazzola, nel 1968 fu tra i fondatori dell’Associazione Italiana Calciatori. L’ho trovato entusiasta del nuovo incarico e deciso a metterci tutto l’impegno per dare al settore nuovo vigore e l’importanza che merita.
Rivera ma ha spiegato come intende operare e devo dire che ho avuto l’impressione di una persona che non ha mutato le doti che ne hanno fatto uno dei più grandi calciatori della storia del calcio: idee chiare, stile, determinazione.
La base di partenza: innanzitutto sfruttare l’importanza di questo sport, il fascino che esercita, non solo come passatempo o come mezzo per un futuro di successo, ma soprattutto come strumento culturale, formativo, di grande comunicazione.
Le aree di intervento: distinguere in maniera sistematica il settore scolastico e il settore giovanile. In Italia non esiste la cultura dei colleges americani, a scuola lo sport in generale e il calcio in particolare non entrano tra i banchi: mancano le strutture e forse anche la convinzione che lo sport possa essere cultura. Tanti sono i progetti realizzati negli anni dal settore anche con accordi sottoscritti con il Ministero dell’Istruzione, ma i risultati non sono stati confortanti. La base dello sport dovrebbe essere proprio la scuola.
Quanto al settore giovanile, il primo miglioramento perseguibile e in grado di produrre un salto di qualità a tutto il movimento calcistico nazionale, deve essere di carattere tecnico. Oggi si ricerca la prestazione fisica in maniera ossessiva spesso a discapito della tecnica, mentre da un punto di vista tattico si tende ad esasperare i concetti difensivi. Peccato, perché uno sport così bello dovrebbe privilegiare chi è più bravo a giocare a calcio, non chi è più bravo a non far giocare l’avversario. Occorre arrivare ad una netta inversione di rotta. Per far questo, naturalmente occorre lavorare con i dirigenti, con gli allenatori, con chi insegna il gioco ai più piccoli al fine di superare l’attuale cultura tendente, soprattutto con i più giovani, a voler garantiti i risultati più rapidi.
Per la chiusura del cerchio, Rivera suggerisce tre regole da scolpire nella coscienza dei giovani: vita sana personale, accettazione delle diversità, per costruire in campo e nella vita una “buona squadra”, rispetto delle regole nei confronti dei compagni e degli avversari.
“L’Italia non è un paese per giovani” ha sentenziato recentemente Arrigo Sacchi, neo-coordinatore delle squadre nazionali giovanili, coadiuvato dal bassanese Maurizio Viscidi. Evidentemente l’ex commissario tecnico della Nazionale si riferiva al nostro calcio più che al nostro Paese. E allora urge cambiare. Dopo anni di immobilismo, sembra che finalmente ci sia aria nuova, con gente impegnata a dare un forte contributo per la valorizzazione dei vivai (oltre a Sacchi, Roberto Baggio al settore tecnico e Gianni Rivera al settore giovanile e scolastico).
Il calcio italiano, con tutti i problemi che ha, sta facendo passare in secondo piano quello tecnico: cioè l’individuazione dei giovani calciatori di talento e il loro addestramento che è, invece, il fondamento di tutto. Nella maggioranza dei casi, i settori giovanili sono considerati un dovere e non una risorsa, un costo e non un investimento. I riflessi pratici di questo atteggiamento, al di là dei cicli (un tempo avevamo ottimi difensori e centrocampisti e soffrivamo, però, per gli attaccanti mentre oggi è l’inverso) sono sotto gli occhi di tutti: a) il livello tecnico della media dei calciatori italiani si è indubbiamente abbassato; b) a un occhio esperto non sfugge la carenza di “scuola” dei nostri ragazzi; c) le grandi squadre sono ormai delle multinazionali, il numero degli stranieri, dal 1995 anno della sentenza Bosman è passato da 66 a 611; d) la Nazionale italiana attinge ormai per oltre il 50 per cento a squadre di media, se non di bassa classifica. Questo non significa che si debba essere del tutto pessimisti perché il calcio, e in particolare quello italiano, ha una vitalità straordinaria, ma due cose sono certe: 1) siamo in generale assai carenti nella fase dell’addestramento dei giovani calciatori; 2) la concorrenza internazione è enormemente cresciuta. È certo che la Federazione, davanti ad una siffatta situazione, non può esimersi, non può “chiamarsi fuori”.
Si impone un ripensamento dei vivai italiani e spetta istituzionalmente alla Federazione, attraverso i suoi settori e con la collaborazione di tutte le componenti, articolare e portare al successo un progetto organico, capace di invertire la negativa tendenza in atto. Occorre però avere grande determinazione nel perseguirlo e mettere nel conto che ci saranno inizialmente dei costi per tutto il sistema. È certo comunque che i benefici di medio e lungo periodo, in termini di crescita qualitativa di tutto il calcio italiano e della Nazionale in particolare e anche in termini economici per le società, compenseranno ampiamente gli sforzi iniziali. La coscienza diffusa tra tutti coloro che conoscono e amano il calcio è che non si può intervenire e che è necessario intervenire al più presto. Ci sono riusciti e ci stanno riuscendo Paesi con ben minori tradizioni e cultura calcistica dell’Italia. Perché non dovremmo riuscirci noi?
Sergio Campana
Presidente Associazione Italiana Calciatori
ACCADEVA CINQUANTA ANNI FA
Anno domini 1961. Per la prima volta nella storia della Coppa Carnevale, già riconosciuta come la rassegna del calcio giovanile per club più importante al mondo, trionfa la Juventus. La Vecchia Signora aveva già sfiorato il trionfo nel 1953 (battuta dal Milan) e l’anno seguente, sconfitta dal Lanerossi Vicenza di Luison, Vicini e David.
Ma quel 12 febbraio di cinquanta anni fa per i bianconeri c’è la possibilità di cogliere la rivincita perché a contendere loro la statuetta di Burlamacco c’è di nuovo la formazione veneta. I bianconeri allenati da Locatelli hanno eliminato al primo turno (si giocava con gara di andata e ritorno) il Bayern Monaco e poi nei quarti il Dukla Praga. In semifinale c’è il Milan che il torneo l’ha già vinto sei volte. Dopo 120’ il risultato è ancora in bianco. A decidere saranno i rigori. Infallibile il cecchino juventino Bruno Mazzia che trasforma i cinque rigori (poteva tirare dal dischetto anche un solo giocatore) e consegna la finale alla sua squadra. Della quale fanno parte anche Gigi Gabetto, figlio del mitico Guglielmo e soprattutto Dario Cavallito, un ragazzo che Renato Cesarini vede bene come centravanti. Ruolo che non piace a Cavallito il quale predilige la maglia numero dieci, quella di Sivori. Il ragazzo ha una storia particolare alle spalle. E’ infatti figlio del gestore del bar-ristorante del Filadelfia ed il suo padrino per il battesimo è stato Cortina il massaggiatore del Toro perito a Superga. Ma il giovane Dario – che una decina di anni dopo diverrà idolo della tifoseria del Viareggio – ama la maglia bianconera e in casa granata viene considerato una specie di traditore. L’anno prima ha trascinato a suon di gol la Juventus alla vittoria nel campionato De Martino. Al torneo ha segnato un gol al Dukla ma in finale diventa protagonista con una doppietta che consegna per la prima volta alla sua squadra il prestigioso trofeo che i bianconeri in seguito non vinceranno più per 33 anni.
Massimo Guidi
Il Tirreno
RINNOVARSI NELLA CONTINUITA’
In un calcio che cambia a ritmo frenetico poche sono le certezze che rimangono tali. Una di queste è la Coppa Carnevale. Ma qual’è il segreto di questa longevità vincente? Ritrovare nelle due settimane di gare i valori più genuini che caratterizzano il calcio giovanile, salvaguardare certi valori che il pallone miliardario ha dimenticato sempre più impegnato ad arraffare i soldi dalle televisioni, puntare sull’entusiasmo di ragazzi che interpretano questa manifestazione nel modo più giusto. Nel senso che sfruttano questa passerella per mettersi in mostra e dare un senso al loro futuro agonistico. Sembrano banalità ma non lo sono. Difficile riscontrare queste caratteristiche in altre manifestazioni del genere anche perché, nel caso di Viareggio, c’è il motivo di non secondaria importante che si gioca nel periodo di Carnevale dove l’allegria, la spensieratezza, la voglia di divertirsi che sono da sempre alla base del calcio giovanile sono elementi ulteriormente valorizzati.
Dunque il rinnovarsi nella continuità è la formula vincente che sta alla base del lavoro dei dirigenti del Centro Giovani Calciatori da sempre attenti a trovare spunti interessanti in ogni edizione per catturare l’interesse dei mass media e conseguentemente degli sportivi. La mission che deve animare l’operato del Cgc nel futuro prossimo è quella di riportare a Viareggio i grandi club europei che hanno fatto degli investimenti nel settore giovanile una loro peculiarità. Se sarà centrato questo obiettivo il Torneo potrà continuare ad essere quella ribalta che tutto il mondo ci invidia e la cui notorietà è diventata planetaria. Lo dimostra sempre di più l’appeal che la rassegna ha su mondi calcistici apparentemente molto lontani dal nostro.
Intanto godiamoci questa edizione 2011 che è partita con il piede giusto per rivelarsi interessante ed avvincente. Gli ingredienti per un grande spettacolo ci sono tutti. La parola passa al campo, nella convinzione di vedere all’opera molti ragazzi di cui sentiremo parlare bene in un futuro prossimo.
Enrico Salvadori
La Nazione
FATTORE C. C COME CANNONIERI
Lo chiameremo fattore C. C come cannonieri. C come Cavani. C come Carroll. Ovvero due dei giovani frombolieri che stanno spopolando a livello internazionale. Due giovani che hanno avuto il battesimo — ad un certo livello — proprio in occasione della Coppa Carnevale 2006, l’edizione numero 58. Cavani — a distanza di cinque anni — è diventato un asso della «Celeste», la nazionale uruguaiana, piazzatasi al quarto posto in occasione dei campionati mondiali del Sud Africa, mentre Carroll è diventato l’uomo mercato del Liverpool, dove avere trascinato a suon di gol il Newcastle (una delle squadre storiche della Premiere League inglese) nell’anno del riscatto dopo essere precipitata nel torneo cadetto.
Ma veniamo a Cavani — o meglio Cabani, come era indicato nella lista presentata dalla società Danubio Futbol Club — al Cgc Viareggio: la sua prima «vittima» italiana è stata il Messina, nel senso che la prima rete sul territorio nazionale l’asso sudamericano la mise proprio a segno contro la formazione siciliana nel girone eliminatorio che comprendeva anche il Torino e la Pistoiese. Per la cronaca, il primo gol è stato firmato sul campo di Agliana nella gara in cui il Danubio ebbe la meglio per 2-1 sui rivali: era il 42’ del secondo tempo e il tocco vincente di Cavani regalò il successo ai sudamericani. Un successo amaro perché nonostante i tre punti e i sette punti conquistati in tre partite, il Danubio venne eliminato per una peggiore differenza reti rispetto ad altre formazioni giunte seconde nel girone: per la cronaca, passò il Torino. Già in quelle prime tre partite italiane — prima di essere acquistato dal Palermo — Cavani si mise in luce per giocate elegante, sempre al servizio della squadra e al tempo stesso decisivo nei sedici metri. Anche Carroll non è stato da meno nella sua «breve» permanenza viareggina: il nuovo attaccante del Liverpol, destinato a sostituire nei cuori dei tifosi il nino Torres, passato al Chelsea, non è passato... senza lasciare anche il suo timbro d’autore — vale a dire i gol — dalla Coppa Carnevale. Per Carroll (che Fabio Capello ha già fatto debuttare anche nella Nazionale inglese) un bellissimo gol contro l’Empoli nel pirotecnico 3-3 che valse alla formazione inglese il passaggio del turno.
Insomma nel 2006 la Coppa Carnevale è stata una piacevole e comoda culla per i cannonieri del futuro: mettiamo il caso che fra tre anni in occasione dei prossimi campionati mondiali di calcio, l’Uruguay e l’Inghilterra si affrontino in una sfida importante e che Carroll e Cavani segnino gol pesanti. Nella sede del Cgc si andranno a riscoprire negli archivi le foto della 58’ edizione della Coppa Carnevale: eccoli, i due campioni del presente quando non erano ancora «nessuno». Già, chi l’avrebbe mai detto... E’ già accaduto in altre occasione. Potrebbe anche accadere in futuro. E questa è propria la forza e la bellezza della Coppa Carnevale.
Giovanni Lorenzini
La Nazione
MODELLO PER LA VALORIZZAZIONE DEI GIOVANI
In un panorama calcistico a livello nazionale in cui c’è crisi ormai da diversi anni una delle strade che passa per la sopravvivenza è quella dell’utilizzazione e della valorizzazione dei giovani. Una di queste società che ormai da diversi anni da quando è approdata al professionismo è senza dubbio l’Esperia Viareggio che oggi milita in Prima Divisione, ma che anche quando era in Seconda Divisione con Alfredo Aglietti allenatore ha iniziato subito questo progetto voluto dal presidente, Stefano Dinelli dagli altri componenti il consiglio e messo in pratica dal direttore generale, Andrea Gazzoli che ha saputo “pescare” nei vari clubs italiani il meglio dei giovani in circolazione valorizzarli. Diversi di loro hanno raggiunto, grazie all’esperienza fatta in riva al Tirreno palcoscenici superiori, da Basha prima al Rimini, poi al Frosinone ed ora all’Atalanta in serie B, a Mandorlini che è Piacenza anche lui in serie B ad Eusepi che è stato al Varese in B per poi approdare al Pavia in prima Divisione. La squadra di quest’anno che punta ovviamente alla salvezza, guidata da Giuseppe Scienza un esperto per lavorare con i giovani è una delle squadre più giovani a livello nazionale. Dalla Juventus è arrivato un bel gruppo che hanno vinto proprio la “Coppa Carnevale” con la Juventus, dal portiere Carlo Pinsoglio, convocato con l’Under 21 da Ciro Ferrara al capitano della Juve Primavera, Luca Castiglia che nel Viareggio è cresciuto di partita in partita diventando un punto di forza del centrocampo bianconero. Ma altri elementi che hanno disputato in passato la “Coppa Carnevale” come D’Antoni, Merlano, D’Onofrio, Brighenti, quasi per uno scherzo del destino e di Carnevale sono tornati a Viareggio, dove sono stati protagonisti con i loro rispettivi clubs e dove sperano di poter spiccare il volo come è avvenuto per tanti altri loro colleghi. Ecco perché la politica intrapresa dal Viareggio sposa il credo del presidente del Cgc, Alessandro Palagi che da sempre si è battuto affinchè le società puntino sui settori giovanili per valorizzare i prodotti locali per un bene anche delle varie Nazionali azzurre che in questo modo non possono che sperare di avere a disposizioni ragazzi ed elementi che hanno fatto esperienza nei rispettivi campionati di appartenenza. Da Viareggio parte quindi un ulteriore messaggio affinchè si punti sull’utilizzo dei giovani italiani.
Roy Lepore
Il Tirreno
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